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Mark Rothko a Palazzo Strozzi

A Palazzo Strozzi, e non solo, oltre 70 opere dell’artista “per caso”. Ingresso in convenzione e visite guidate gratuite, su prenotazione il lunedì alle 18 e la domenica alle 15

«Un quadro non è un’immagine di un’esperienza. È un’esperienza» scriveva Mark Rothko. Ed esperienza – sensoriale, emotiva, contemplativa – sarà certamente per i visitatori la grande mostra, curata da Christopher Rothko (uno dei due figli dell’artista) ed Elena Geuna, che porta a Palazzo Strozzi a Firenze il maestro dell’arte americana, con due speciali sezioni al Museo di San Marco e alla Biblioteca Medicea Laurenziana.Rothko a Firenze”, dal 14 marzo al 23 agosto, con oltre 70 opere, molte delle quali mai esposte prima in Italia, celebra il legame speciale tra l’artista e la città – che Rothko visitò certamente due volte fra gli anni ’50 e ’60 – in un percorso cronologico a Palazzo Strozzi che ne ripercorre l’intera carriera, ed estendendosi poi a due luoghi a lui particolarmente cari, il Museo di San Marco, con opere in dialogo con gli affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo.

Dalla Lettonia a New York

Di famiglia ebraica, nato nel 1903 a Dvinsk in Lettonia, allora parte dell’impero russo, a dieci anni Marcus Rothkowitz (che cambiò in Mark Rothko nel 1940) raggiunge, insieme alla madre e alla sorella, a Portland il padre e i fratelli, già emigrati negli Stati Uniti a causa delle difficoltà finanziarie e dell’aumento degli episodi violenti contro gli ebrei.

Appoggiato dalla comunità ebraica per l’ingresso alla prestigiosa Yale University, lascia gli studi disgustato dai comportamenti della élite Wasp (acronimo che indica il gruppo sociale di persone bianche, di origine britannica e cultura protestante negli Stati Uniti) e nel 1923 si trasferisce a New York. Nessuna particolare predisposizione, né un dono, né una specifica educazione lo destinavano ad abbracciare la carriera artistica, fino a quando si ritrova per caso alla scuola d’arte Art Student League «in una classe di arti plastiche, per incontrare un amico che stava seguendo quel corso.

Gli studenti stavano ritraendo una modella nuda e subito ho deciso che quella era la vita per me». È dunque un evento fortuito che dà l’avvio alla carriera di un artista che attraverserà il ‘900 e diversi stili espressivi, dalle opere figurative e in dialogo con i linguaggi dell’Espressionismo e del Surrealismo, fino agli anni Cinquanta e Sessanta, che si distinguono per le celebri tele astratte create attraverso ampie campiture cromatiche.

Un percorso che la mostra ricostruisce grazie a opere provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali.

Il periodo figurativo

Ad accogliere i visitatori sono così lavori legati al periodo figurativo e surrealista come Self-portrait (Autoritratto), unico esemplare del genere in tutta la produzione di Rothko, o Interior, entrambi del 1936 – in quest’ultimo è evidente il richiamo alla tomba di Giuliano de’ Medici di Michelangelo nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze-; e i dipinti e gli acquerelli in cui è chiaro l’interesse per l’arte primitiva, la psicoanalisi e la mitologia greca, come in Untitled o in Tiresias (Tiresia) del 1944, dove già si può intravedere, nel mescolamento di forme identificabili con forme astratte, quello che sarà il passaggio successivo del percorso artistico di Rothko.

Gli anni ’40 segnano infatti per l’artista una trasformazione fondamentale: nonostante tutti i suoi tentativi di creare un linguaggio capace di rappresentare la condizione umana, Rothko diventa consapevole dei limiti della rappresentazione figurativa, e la abbandona per non farvi mai più ritorno. «Appartengo a una generazione profondamente interessata alla figura umana e l’ho studiata – spiegava -. Ho scoperto con grande riluttanza che non si adattava alle mie esigenze. Chiunque la usasse la mutilava. Io mi rifiuto di mutilarla e ho dovuto trovare un altro modo per esprimermi».

Giganti a colori

Una dissoluzione della forma che lo portò, fra il ’46 e il ’49, a realizzare un centinaio di tele della serie “Multiforms” – al Museo di San Marco No. 21 [Untitled] del ’47 –, masse di colore sospese sulla tela che gradualmente segnano il passaggio verso la totale astrazione di No. 3 / No. 13 del ’49, fino alle grandi tele astratte degli anni ’50 e ’60, quello che si considera il periodo “classico” di Rothko.

Il giallo, il rosso, l’arancione, e poi il verde, il blu, il marrone e il nero: cosa voleva dirci Rothko con questi colori? In realtà, come raccontò, più che ai colori era interessato alle misure delle tele. Che arrivano a superare, come per Untitled (1952-53) i quattro metri di larghezza: «Dipingo grandi tele – diceva – per stabilire un’intimità con chi guarda, perché davanti a una grande tela l’intimità è una conseguenza naturale e immediata». Luce, colore e dimensioni che invitano alla meditazione, o anche qualcosa di più: «Chi, vedendo i miei quadri, dovesse piangere, rivivrebbe la mia stessa esperienza religiosa di quando li ho dipinti».

Come Beato Angelico

In mostra anche, a indagare la relazione di Rothko con l’architettura, i bozzetti e gli studi per i Seagram Murals (alcuni dei quali esposti alla Biblioteca Medicea Laurenziana) e per gli Harvard Murals, due progetti che riguardavano entrambi decorazioni murali destinate ad impreziosire sale da pranzo, rispettivamente per il famoso ristorante newyorkese Four Seasons all’interno del Seagram Building e per l’Università di Harvard.

Quelli per il Seagram Building ci dicono molto dell’artista e del suo carattere, e del suo rapporto con Firenze. Rothko accetta la commissione nel 1958 e racconta di come l’idea di una sala da pranzo lo avesse sempre affascinato «perché evoca immediatamente il refettorio del Convento di San Marco con i suoi affreschi del Beato Angelico». Aggiungendo, successivamente, come a progetto ultimato si fosse reso conto di «non aver mai dimenticato l’atrio di Michelangelo con la sua scalinata che conduce alla Biblioteca Laurenziana».

Da buon rivoluzionario, e irregolare, quale è stato tutta la vita, l’incarico gli dava anche la possibilità di dipingere «qualcosa che rovini l’appetito a ogni figlio di buona donna che mangerà in questa sala». Rothko però cambia idea l’anno seguente quando, al ritorno dal suo secondo viaggio in Europa, va a cena al Four Season e il luogo gli sembra orribilmente pretenzioso: «Chiunque possa mangiare quel tipo di cibo a quel prezzo non guarderà mai uno dei miei dipinti». Rinuncia alla commissione, restituisce il denaro e dona parte delle opere alla Tate di Londra, con l’impegno che vengano esposte insieme in una sala separata.

Verso la fine

Le ultime due sale di Palazzo Strozzi sono dedicate alle opere della fine degli anni ’60, e a quelle tarde su carta (fra le altre Untitled del 1969). È qui che si trovano alcuni esempi delle grandi tele realizzate nell’ultimo periodo della vita di Rothko, che si distinguono da quelle dei due decenni precedenti non tanto per l’assenza di colori luminosi: piuttosto queste opere nere e grigie, come Untitled, sempre del 1969, si caratterizzano per il fatto di essere divise in due zone ben separate, una superiore e una inferiore, una “severità” che alcuni critici hanno associato inizialmente allo stato d’animo dell’artista, minato da gravi problemi di salute. La spiegazione si deve invece molto più verosimilmente a una nuova sfida di natura pittorica intrapresa da Rothko.

Vero è che nel febbraio dell’anno seguente si suiciderà nel suo atelier. Solo qualche giorno prima, durante l’ultima apparizione pubblica a un party organizzato nel suo studio proprio per presentare i dipinti della serie Black and grey, l’artista appare ai suoi ospiti silenzioso e chiuso nei suoi pensieri, e salutando Katharine Kuh (prima curatrice dell’Art Institute di Chicago, che successivamente raccontò questo episodio) le confessò che «starebbero tutti meglio se io uscissi dalle loro vite».

Nel 1970, in un testo che commemorava la morte del pittore, il critico Brian O’Doherty scrisse, a proposito delle grandi tele “classiche”, che «Davanti a un Pollock, le persone vanno e vengono. Davanti a un Rothko, ognuno trova un posto in base alla propria altezza e tende a rimanerci, oppure ad andarsene e tornare. Il dipinto finisce per collocare l’osservatore a una distanza particolare». Preparatevi dunque, di fronte alle grandi tele astratte di Rothko, a trovare il vostro, e solo vostro, punto di vista, in un vero e proprio intimo faccia a faccia con l’opera

Ingresso in convenzione e visite guidate gratuite, su prenotazione (prenotazioni@palazzostrozzi.org), il lunedì alle 18 e la domenica alle 15.

palazzostrozzi.org

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