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Farmaci: attenzione a non abusarne

L’abuso di farmaci riguarda centinaia di migliaia di persone in Italia tra gli anziani, donne soprattutto. Ne abbiamo discusso con Fabio Lugoboni, direttore dell’Unità operativa medicina delle dipendenze di Verona

Non se ne parla, ma è un fenomeno in costante crescita e dalle conseguenze profonde: l’abuso di farmaci tra gli anziani interessa centinaia di migliaia di persone in Italia, dove circa il 23% della popolazione ha un’età sopra i 65 anni, con una buona percentuale che ha più di 3 patologie importanti contemporaneamente.

Dolori articolari, insonnia, ansia, depressione, disturbi cronici: condizioni che richiedono terapie complesse e spesso continuative. In questo contesto il confine tra cura e dipendenza può diventare labile. Un farmaco che aiuta a dormire o a calmare l’ansia può trasformarsi, nel tempo, in un compagno necessario, fino a creare un legame di dipendenza psicologica e fisica.

I medicinali più usati? Quelli per l’acidità gastrica, gli antinfiammatori e le benzodiazepine. «Il rischio maggiore è legato specialmente ai farmaci per l’ansia e per l’insonnia, appunto alle benzodiazepine. Sul foglietto illustrativo c’è scritto che non vanno prese per più di 15 giorni ma, poiché con l’età si dorme sempre meno e peggio, dopo una prescrizione si prendono stabilmente nel 70% dei casi – spiega Fabio Lugoboni, direttore dell’Unità operativa medicina delle dipendenze di Verona –. Il che provoca atassia, ovvero un effetto di inibizione neurologica sul cervelletto, l’organo responsabile della coordinazione motoria. Nel caso degli anziani, che hanno una massa muscolare minore, questo provoca cadute, fratture, spesso del femore, il che può coincidere con la perdita dei contatti sociali, degli stimoli e con l’inizio della demenza». Per dare un’idea dell’ampiezza del fenomeno, oltre un anziano su 5 assume regolarmente psicofarmaci e tra questi le donne rappresentano la maggioranza. 

Dipendenza femminile

Perché le donne anziane sono più esposte alla dipendenza da psicofarmaci, sedativi e analgesici? Il motivo non è solo biologico, ma anche sociale e culturale. Le donne anziane, spesso sole dopo una vita di relazioni e di ruoli centrati sulla cura familiare, si trovano ad affrontare il vuoto, la perdita e la sensazione di inutilità.

In questi casi il farmaco diventa un modo per resistere, per affrontare la malinconia o per ritrovare un equilibrio emotivo. È una dipendenza silenziosa e accettata, perché nascosta dietro la normalità delle cure. «Non è una droga, è la mia medicina», ripetono molte pazienti, senza rendersi conto che la linea di sicurezza è già stata superata.

«Purtroppo, farmaci come le benzodiazepine vengono prescritti continuativamente – prosegue Lugoboni – e limitarli o toglierli è difficile, perché sono pochi i familiari o gli stessi anziani che chiedono un intervento». È il fenomeno detto dell’inerzia terapeutica, con farmaci iniziati 10- 15 anni prima e poi assunti anche per tutta la vita. 

10 pillole al giorno

Un elemento assai critico è la poli-farmaco-terapia, ovvero l’assunzione contemporanea di più medicinali. Spesso le prescrizioni arrivano da medici differenti, dall’urologo al cardiologo, senza un controllo coordinato sugli effetti combinati o sulla durata delle terapie che dovrebbe essere fatto soprattutto dal medico di base.

Altre volte «la causa della politerapia nell’anziano dipende da un’errata attribuzione di nuovi sintomi: ad esempio una reazione avversa a un farmaco non viene riconosciuta come tale, ma viene interpretata come la manifestazione di una nuova patologia. Pertanto, per trattare questa presunta nuova manifestazione clinica, vengono prescritte nuove terapie non necessarie, che espongono il paziente al rischio di sviluppare ulteriori eventi avversi. 

Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio nazionale sull’impiego dei medicinali, infatti, circa il 66,6% degli utilizzatori dai 65 anni in su assume più di un farmaco, mentre il 25% assume almeno 10 principi attivi diversi. «Ma la stratificazione, per così dire, delle prescrizioni produce degli effetti farmacodinamici di saturazione specie nell’anziano che ha un sistema metabolico rallentato – chiarisce Lugoboni –.  Così le sostanze tendono ad accumularsi e allora oltre a quelli desiderati si possono produrre effetti collaterali». Insomma il risultato della sommatoria di prescrizioni può essere devastante: interazioni pericolose, dipendenze involontarie, perdita di lucidità.

Gestione del dolore

Uno dei problemi più gravi che un anziano si trova a dover affrontare è quello dei dolori. Questi possono derivare da problemi muscoloscheletrici (come l’artrosi e l’artrite), neuropatici (danni ai nervi causati da patologie come il diabete o l’herpes zoster) o da altre condizioni come ictus e Parkinson. È importante non sottovalutare il dolore e non considerarlo una parte inevitabile dell’invecchiamento, ma gestirlo con un approccio che può includere terapie farmacologiche, esercizio fisico, gestione del peso e supporto psicologico.

«Noi medici abbiamo l’imperativo di lenire il dolore del paziente – sottolinea Lugoboni – e per farlo dobbiamo usare gli strumenti più efficaci di cui disponiamo. I farmaci oppioidi sono estremamente efficaci, ma la prescrizione ovviamente deve essere appropriata. Per prevenire fenomeni di dipendenza e di abuso tra i pazienti che assumono legalmente oppioidi per il controllo del dolore cronico bisogna conoscere bene sia i farmaci che i pazienti».

Occhio all’alcol

E poi c’è il problema del consumo di alcol. Per le persone anziane può comportare rischi molto più elevati di quanto comunemente si pensi. Il metabolismo rallenta e l’organismo diventa meno efficiente nell’assimilare e smaltire le sostanze. La quantità d’acqua presente nel corpo diminuisce, mentre aumenta la sensibilità del sistema nervoso centrale. Di conseguenza la stessa dose di alcol che in gioventù aveva un effetto lieve può risultare molto più potente in un anziano, provocando alterazioni dell’equilibrio, della percezione e del comportamento. Avverte Lugoboni: «dobbiamo arrivare al concetto di alcol zero, perché l’alcol significa perdita di memoria e aumento del rischio di caduta».

Inoltre, i farmaci assunti regolarmente per curare patologie croniche, come ipertensione, diabete o disturbi cardiaci, possono avere effetti collaterali potenziati o resi imprevedibili dall’alcol. In alcuni casi anche piccole quantità possono far aumentare il rischio di cadute, confusione mentale o danni epatici. Perciò la prevenzione, anche qui, passa attraverso l’informazione, il controllo medico e la promozione di stili di vita sani, in cui la socialità e il benessere non dipendano dal consumo di bevande alcoliche.

Divieto d’abuso

5 consigli pratici.

  1. Chiedere al medico di base di verificare periodicamente la terapia per ridurre o sostituire i farmaci. 
  2. Favorire attività fisiche leggere e di rilassamento, come yoga, respirazione profonda e passeggiate.
  3. Mantenere una vita sociale attiva.
  4. Non vergognarsi di chiedere sostegno psicologico: il benessere mentale è parte integrante della salute anche nella terza età.
  5. Evitare l’autoprescrizione e il fai da te nelle cure con farmaci o integratori.

I numeri

  • 65% gli anziani che assumono almeno un farmaco. 
  • 33% gli anziani che assumono 5 o più farmaci.
  • 70% dei consumatori di psicofarmaci sono donne.

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