Che cosa rende una città davvero “abitabile”? Non basta che ci siano case, strade e servizi. Servono anche una panchina su cui fermarsi, un albero che offra ombra, una stanza che possa trasformarsi in uno spazio condiviso. Abitare significa poter uscire senza dipendere da qualcuno, incontrare altre persone e sentirsi parte della vita del quartiere.
Gli studenti oggi faticano a trovare una stanza a un prezzo sostenibile, mentre molti anziani vivono soli in appartamenti diventati troppo grandi. Intanto le città, attraversate da automobili, visitatori e consumatori, hanno “cancellato” i bambini. Anche le piante faticano a trovare posto in città dominate da cemento, asfalto e traffico, ma senza alberi nessun ambiente può essere davvero ospitale.
Due prospettive diverse ma complementari arrivano dal pediatra Riccardo Bosi e dalla biologa vegetale Paola Bonfante, tra gli ospiti del festival “Con-vivere”, in programma a Carrara dal 10 al 13 settembre. Bosi guarda alla città attraverso l’esperienza dei bambini, che definisce «i desaparecidos delle nostre città»; Bonfante parte invece dalle piante, organismi troppo spesso ridotti a elementi decorativi anziché riconosciuti come presenze essenziali per la qualità dello spazio urbano.

I bambini chiusi nelle “bolle”
Definire i bambini desaparecidos non significa sostenere che siano del tutto assenti, ma che sono progressivamente spariti dagli spazi comuni. «Non solo perché sono di meno – spiega Bosi, impegnato nei contesti di marginalità sociale e vulnerabilità minorile a Roma -, ma perché sono stati chiusi dentro una serie di “scatole” o “bolle”: la scuola, l’asilo, la parrocchia, il centro sportivo. Vengono accompagnati dagli adulti da un luogo protetto all’altro, senza poter vivere autonomamente ciò che si trova nel mezzo. Abbiamo rubato la strada ai bambini e concessa alle macchine», osserva Bosi. Vie, piazze, marciapiedi e giardinetti, un tempo luoghi spontanei di incontro, sono diventati spesso impraticabili per i più piccoli.
«Un bambino legge la città attraverso una segnaletica diversa da quella degli adulti» continua il pediatra. Prima ancora dei cartelli riconosce gli ostacoli, l’assenza di ombra, di alberi e di luoghi in cui giocare. «Uno spazio che non offre possibilità di esplorazione comunica che lì non sei il benvenuto. Per questo – precisa Bosi -, sottrarre un luogo di gioco sotto casa e sostituirlo con un’area attrezzata distante anche solo un chilometro significa sottrarlo del tutto: per raggiungerlo servirà sempre un adulto. Muoversi e giocare senza una supervisione continua permette invece di sviluppare autonomia, orientamento e le prime forme di convivenza. Quando la strada diventa impraticabile, si perde un’occasione di crescita» prosegue Bosi.
Anche per le persone anziane, se vivono sole o in condizioni di fragilità, la città risulta ostile: servizi lontani, traffico, assenza di panchine e luoghi d’incontro alimentano l’isolamento. «È così che la loro solitudine e quella dei bambini finiscono per toccarsi», dice Bosi: a entrambi sono stati sottratti gli spazi dell’autonomia. Una città a misura di bambino non è dunque una città infantile. È un luogo attraversabile anche da chi cammina lentamente, da chi non guida o da chi ha bisogno di fermarsi. Dovrebbe avere parchi, panchine, marciapiedi vivibili, velocità ridotte e spazi pubblici gratuiti. Per Bosi la sicurezza non coincide con la chiusura o con il controllo: «Una città è sicura se si-cura».

Gli alberi come infrastrutture urbane
Paola Bonfante parte da Marcovaldo di Italo Calvino, il personaggio che cerca la natura nella città industriale e la trova alterata o respinta ai margini. «Oggi, però, la presenza delle piante non risponde soltanto al desiderio di bellezza: davanti all’aumento delle temperature, diventa una questione vitale. Gli alberi regolano l’anidride carbonica, producono ombra, attenuano calore e rumore. Ma alla funzione ambientale si aggiunge quella sociale: una strada alberata invita a camminare e a sostare, rende più vivibile il tragitto di un bambino, facilita l’uscita di una persona anziana e crea un luogo in cui gli abitanti possono incontrarsi».
A Torino, dove Bonfante vive, gruppi di cittadinanza attiva si prendono cura delle vie e coinvolgono scuole e bambini nella trasformazione degli spazi. «Il verde diventa una pratica collettiva» continua la biologa vegetale. Piantare un albero, tuttavia, è soltanto l’inizio, perché in città le piante hanno bisogno di manutenzione, acqua, competenze e risorse. Considerarle «infrastrutture verdi significa inserirle nella progettazione, invece di collocarle alla fine come una pennellata sul cemento» precisa Bonfante. Non basta quindi aumentare il numero degli alberi se le radici sono costrette in pochi centimetri di terra e il suolo resta impermeabilizzato. Rendere una città ospitale per le piante «richiede che biologia vegetale, urbanistica e mobilità smettano di procedere su binari separati».
Bonfante definisce le aree verdi «moltiplicatori delle attività sociali: luoghi utilizzati da generazioni e gruppi diversi, nei quali è possibile fermarsi senza essere clienti. Il verde non elimina la solitudine, ma può creare le condizioni perché un incontro avvenga» conclude la biologa. Una panchina sotto un albero contiene già un’idea di città: qualcuno ha previsto che una persona possa avere bisogno di rallentare o parlare con un vicino.

Condividere lo spazio, ricostruire legami
La solitudine urbana non si manifesta soltanto negli spazi pubblici. Può continuare oltre la porta di casa, in appartamenti nei quali alcune stanze restano vuote mentre, a pochi isolati di distanza, studenti e giovani non riescono a trovare un alloggio. È da questo paradosso che nasce a Firenze GenerAzione Casa, promosso da Destination Florence.
L’iniziativa mette in relazione la difficoltà degli studenti italiani e internazionali nel trovare una sistemazione e il crescente numero di persone anziane che vivono sole in abitazioni con spazi inutilizzati. L’idea è che due fragilità, invece di essere affrontate separatamente, possano diventare una risorsa l’una per l’altra.
«Una casa non è solo un luogo da abitare, ma uno spazio di relazioni – spiega Carlotta Ferrari, direttrice generale di Destination Florence -. Lo studente trova una stanza e un punto di riferimento nella città, mentre la persona ospitante mette a disposizione uno spazio e ritrova una presenza nella quotidianità. L’obiettivo non è trasformare l’anziano in un locatore a basso costo né lo studente in un assistente informale, ma costruire uno scambio fondato sulla reciprocità».
Ogni percorso è seguito da Auser Laboratorio Casa, dalla Cooperativa Il Girasole e dal Consorzio Fabrica. Prima della convivenza vengono svolti colloqui con entrambe le parti per conoscerne abitudini, aspettative ed esigenze. Gli abbinamenti tengono conto della compatibilità personale, delle caratteristiche dell’abitazione e dell’autonomia dell’ospitante.
Altra opzione offerta da GenerAzione Casa è la più classica co-residenza definita da un contratto: in sintesi la condivisione di un alloggio fra proprietari e studenti o ricercatori, oppure fra più studenti, con un canone di carattere sociale. La relazione può essere meno stretta, ma resta l’obiettivo di favorire l’inclusione nella vita cittadina.
Secondo Destination Florence, i risultati vanno oltre il reperimento di una stanza. «Gli studenti trovano un modo più autentico di conoscere Firenze e una presenza a cui rivolgersi; gli ospitanti riscoprono il valore della condivisione» conclude Ferrari. Alcuni rapporti continuano anche dopo la fine della convivenza, mostrando come una risposta al problema dell’alloggio possa produrre anche un effetto sociale.
Come partecipare a GenerAzione Casa
GenerAzione Casa è rivolto da una parte a studenti e lavoratori non residenti a Firenze, dall’altra a residenti di ogni età che dispongono di una stanza libera. Devono compilare un modulo sul sito belong.destinationflorence.it. I partecipanti saranno poi contattati per la soluzione più adatta. Nella coabitazione solidale non è previsto un canone di locazione e lo studente contribuisce alle spese delle utenze; il co-living prevede invece un affitto calmierato.
Per informazioni: belong.destinationflorence.it
Il festival dedicato all’abitare
Dal 10 al 13 settembre il centro storico di Carrara ospita la ventunesima edizione di Con-vivere. Il tema scelto per il 2026 è “Abitare”, con la consulenza scientifica dell’urbanista Elena Granata e la direzione di Emanuela Mazzi. Il programma comprende conferenze, incontri, spettacoli, musica, laboratori e iniziative per bambini: Riccardo Bosi interverrà giovedì 10 settembre alle 18.30 nel Cortile dell’Istituto Figlie di Gesù, Paola Bonfante venerdì 11 settembre alle 17 in corso Rosselli.
Per informazioni: con-vivere.it
