Le nostre interviste in collaborazione con Pandora Rivista per capire meglio il mondo di oggi e i nuovi scenari internazionali proseguono con questa intervista al politologo Vittorio Emanuele Parsi, che recentemente ha pubblicato con Bompiani il libro Contro gli imperi.
L’intervista
Prof. Parsi, una delle tesi di fondo del suo ultimo libro Contro gli imperi, pubblicato da Bompiani, è che non siamo più semplicemente in una crisi dell’ordine liberale internazionale, ma in una fase di ritorno di logiche imperiali, che segnerebbe la fine dell’ordine per come lo abbiamo conosciuto.
Qual è il segnale decisivo che consente di affermare che questo passaggio sia effettivamente avvenuto?
Vittorio Emanuele Parsi: Quando affermo che siamo oltre la crisi, intendo dire che i segnali che osserviamo indicano la possibilità che quell’ordine sia giunto al tramonto, senza tuttavia implicare che ciò sia inevitabile, perché esiste ancora la capacità di intervenire su quanto sta accadendo.
Il segnale più rilevante è il riposizionamento degli Stati Uniti sotto la guida di Donald Trump. In precedenza avevamo già assistito a manifestazioni imperiali da parte di Cina e Russia sul piano globale e, su scala regionale, da parte di Iran, Israele e Corea del Nord, ciascuno nei limiti delle proprie capacità operative.
Gli Stati Uniti di Trump segnano però un passaggio ulteriore, perché mettono in discussione la fonte stessa della leadership statunitense nel Novecento: l’idea di un mercato aperto e competitivo, di un ordine fondato sulle istituzioni e sulla marginalizzazione della guerra come strumento ordinario di politica estera.
Trump afferma esplicitamente che l’ordine liberale non rappresenta più il punto di riferimento degli Stati Uniti. Quando il leader del sistema internazionale si comporta in questo modo, introduce una serie di ipoteche molto pesanti sulla possibilità che quell’ordine continui a esistere.
A mio avviso, la possibilità di preservare quell’ordine dipende dalla capacità delle medie potenze — come ha sottolineato Mark Carney a Davos nel gennaio 2026 — di agire in modo coordinato. Si tratta di Paesi, ad esempio gli Stati membri dell’Unione Europea, che hanno beneficiato profondamente dell’ordine liberale e che, grazie a esso, si sono trasformati in sistemi liberali democratici di massa, con mercati altrettanto estesi.
Queste potenze dovrebbero cooperare tra loro, insieme anche a Paesi esterni all’Unione Europea come Ucraina, Regno Unito, Canada, Giappone, Corea del Sud, ma anche India e Brasile, con l’obiettivo di preservare, emendare e rafforzare quell’ordine che ha garantito stabilità per decenni. Resta la speranza che, con un cambio di amministrazione, gli Stati Uniti possano rivedere la propria posizione. Tuttavia, anche se ciò dovesse accadere, non sarà possibile tornare esattamente al passato, proprio perché il riposizionamento dell’egemone ha modificato strutturalmente il sistema.
Nel libro prende in esame le critiche all’ordine liberale e alle sue ipocrisie, sottolineando però come quell’insieme di ambiguità e contraddizioni rappresentasse una condizione preferibile rispetto alla successiva caduta di quel “velo”, resa particolarmente evidente durante l’amministrazione Trump.
In che senso, dunque, si può sostenere che quella fase fosse effettivamente migliore? E quali considerazioni si possono fare sugli errori commessi nella gestione dell’ordine liberale, inclusa la tendenza degli Stati Uniti a perseguire in modo più esplicito i propri interessi?
Vittorio Emanuele Parsi: Si trattava di una condizione preferibile in quanto non è mai esistita una situazione egemonica in cui l’egemone fosse così moderato nell’esercizio della propria supremazia e accettasse di farlo all’interno di istituzioni multilaterali.
In quelle sedi gli Stati Uniti disponevano certamente di una capacità di influenza maggiore rispetto agli altri, ma gli altri attori non erano né a loro disposizione né alla loro mercé. Era, per dirla con John Lewis Gaddis, il male minore. Se confrontiamo l’ordine garantito dall’Unione Sovietica con quello garantito dagli Stati Uniti, non ci sono dubbi sulla preferibilità del secondo.
Lo stesso vale rispetto ai progetti che Hitler e Mussolini cercavano di realizzare, e mi spingo a dire che resta preferibile anche a un possibile ordine a guida cinese, considerando la natura illiberale del regime. Quell’ordine rifletteva le caratteristiche interne del sistema americano: una democrazia aperta e un’economia di mercato competitiva.
Non era soltanto un manifesto costruito per essere ascoltati, ma un insieme di principi in cui si credeva davvero. Naturalmente, ciò in cui si crede non coincide sempre con ciò che si fa. Vale nelle relazioni personali, di amicizia, affettive o professionali, così come nei rapporti tra Stati: esistono modelli che ci guidano e che vengono anche disattesi, ma senza modelli, o con modelli peggiori, i problemi aumentano.
Le aporie e le contraddizioni dell’ordine liberale sono state numerose, soprattutto per la tensione tra gli interessi specifici degli Stati Uniti come superpotenza e il loro ruolo di garanti dell’ordine. Tuttavia, quella che anche Mark Carney ha definito ipocrisia somiglia a ciò che nella vita quotidiana chiamiamo “buona educazione”, cioè una forma di contenimento delle contraddizioni, una riaffermazione dei principi anche quando la pratica non è perfettamente coerente. Quando questi vengono messi in discussione, anche la prassi inevitabilmente peggiora.
Lo vediamo con Trump, che introduce comportamenti inediti rispetto alle amministrazioni precedenti. Persino George W. Bush, quando dichiarò guerra all’Iraq, cercò di farlo forzando le norme ma provando comunque a dimostrare una coerenza con quei principi.
Al contrario, oggi assistiamo ad azioni che si collocano apertamente al di fuori di quel quadro. Quando osserviamo episodi come il rapimento di Nicolás Maduro o l’arresto dei membri della Global Sumud Flotilla da parte israeliana avvenuto a fine aprile, comprendiamo cosa significhi agire senza alcun riferimento a principi condivisi.
Gli errori sono inevitabili e continueranno a esserlo, così come continuerà a essere invocata l’emergenza per giustificare deroghe alle regole. Tuttavia, una cosa è infrangere una regola in nome di un’emergenza, un’altra è trovarsi in un contesto in cui le regole non esistono più e cambiano arbitrariamente a seconda della situazione. Questa differenza è decisiva.
Anche perché il rischio è che l’approccio emergenziale diventi la regola. Come accade nelle relazioni, esistono dunque aspettative e modelli a cui tendiamo, ma poi la realtà impone limiti e variabili che rendono difficile una piena coerenza tra principi e comportamenti.
Vittorio Emanuele Parsi: Sì, e lo si può capire anche pensando a una realtà estrema come la guerra. In guerra ciò che accade concretamente è una forma di disumanizzazione dell’avversario, perché lo si uccide e, in quel momento, lo si esclude dalla piena considerazione come essere umano. Tuttavia, c’è una differenza sostanziale tra questa dinamica e il partire dal presupposto che l’avversario sia disumano per giustificare la sua eliminazione.
Un conto è un comportamento che, nel contesto del combattimento, finisce per negare l’umanità dell’altro; un altro conto è affermare fin dall’inizio che il nemico, in quanto tale, non appartiene più al genere umano. Sono due piani distinti, che producono conseguenze profondamente diverse.
Se guardiamo a ciò che sta accadendo a Gaza, in Cisgiordania e anche in Libano, vediamo una differenza rispetto alle operazioni condotte dagli israeliani negli anni Ottanta nel sud del Libano, o durante l’Intifada, o in altre fasi delle operazioni su Gaza. La differenza è che è venuto meno un limite di riferimento.
Questo vale anche in altri ambiti. Si può pensare al mercato: nessun mercato reale corrisponde alla teoria della concorrenza perfetta, ma avere in mente quel modello consente di sapere verso quale direzione tendere. Se invece il modello di riferimento diventa un oligopolio sostenuto dal potere politico, è evidente che l’esito sarà peggiore. I modelli non coincidono mai perfettamente con la realtà, ma orientano i comportamenti.
Nel primo capitolo del libro riprende la metafora di Randall L. Schweller sul regno animale, comparando il comportamento degli Stati e il loro ruolo nel sistema internazionale a quelli di leoni, lupi, sciacalli e agnelli.
In questa chiave, quali combinazioni rendono un ordine stabile?
E, rispetto a questa metafora, in quale fase ci troviamo oggi?
Vittorio Emanuele Parsi: Schweller propone un modello che ho ripreso perché, pur essendo nato più di trent’anni fa in un articolo e poi sviluppato in un libro, si è rivelato estremamente efficace anche dal punto di vista didattico. Ogni volta che lo presentavo ai miei studenti, vedevo che coglievano immediatamente il punto, e per questo ho ritenuto utile portarlo anche fuori dall’ambito accademico. È una costruzione relativamente semplice all’interno del vasto panorama delle teorie delle relazioni internazionali, ma proprio per questo funziona. Semplificando, in un sistema internazionale esiste un leone, cioè il garante dell’ordine, e uno sfidante, che è il lupo.
Tutti gli altri attori devono scegliere se comportarsi come agnelli, schierandosi con il leone perché soddisfatti dell’ordine esistente, oppure come sciacalli, allineandosi al lupo perché interessati a cambiarlo. Un ordine è stabile quando la forza combinata del leone e degli agnelli supera quella del lupo e degli sciacalli.
Fino a tempi recenti, gli Stati Uniti svolgevano chiaramente il ruolo del leone. I Paesi europei e molti altri attori del sistema internazionale erano agnelli, spesso opportunisti ma complessivamente soddisfatti dell’ordine esistente. Tra i lupi si potevano includere, in passato, l’Unione Sovietica e poi la Russia, mentre tra gli sciacalli si trovavano attori come la Bielorussia o la Corea del Nord.
La Cina rappresentava un caso più ambiguo: poteva essere interpretata come il più grande e opportunista degli agnelli, come un potenziale successore nella posizione di leone — cioè un attore intenzionato a mantenere l’architettura del sistema — oppure come un lupo in veste di agnello, determinato a modificarne le regole.
Oggi si può dire che la Cina appaia più vicina al comportamento del lupo, non tanto per le dichiarazioni ufficiali, che continuano a richiamarsi alle istituzioni e alla legalità, quanto per le pratiche concrete come il sostegno alla Russia durante la guerra in Ucraina e un utilizzo dell’economia globale che assume tratti predatori più che cooperativi.
Il punto decisivo, però, riguarda gli Stati Uniti. Se smettono di essere il leone e si comportano essi stessi come un lupo, mettendo in discussione le regole dell’ordine perché ritenute limitanti, allora agli agnelli restano due opzioni: accettare passivamente il cambiamento, prendendo atto di un peggioramento del sistema, oppure assumere maggiori responsabilità, investire di più e cercare di diventare un “leone collettivo”.
Questo significherebbe agire insieme per sostenere quei principi, rafforzare le istituzioni e perseguire i propri interessi cercando al tempo stesso di armonizzarli all’interno di un quadro condiviso. In Europa, diversi leader stanno andando in questa direzione. Lo hanno detto Mark Carney, Mario Draghi, Pedro Sánchez, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz.
Le posizioni non sono identiche, ma convergono su un punto: la volontà di preservare quell’ordine, riconoscendo che ha prodotto benefici profondi, ha trasformato i nostri sistemi e ha contribuito a renderli incomparabilmente migliori rispetto al passato recente.
Nel libro analizza una bozza non ufficiale circolata prima dell’approvazione della National Security Strategy degli Stati Uniti del 2025, in cui emerge l’ipotesi di un tentativo di destabilizzazione dell’Unione Europea, non più soltanto da parte di potenze autocratiche come la Russia di Vladimir Putin o, in parte, la Cina, ma anche attraverso reti sovraniste e una galassia politica legata al mondo MAGA in Europa. Qual è, da questo punto di vista, il legame tra la natura della democrazia, come principio e come pratica, e la politica estera di un Paese come gli Stati Uniti?
Vittorio Emanuele Parsi: Ogni egemone tende a costruire un ordine internazionale che rifletta i principi e i meccanismi di funzionamento del proprio sistema interno. Questo avviene per una ragione semplice: quel sistema lo conosce, sa come funziona e riesce a proiettarlo all’esterno, creando una relazione di rafforzamento reciproco. Il modo in cui il leader organizza il sistema internazionale conferma la validità delle proprie regole interne, mentre il funzionamento del sistema contribuisce a legittimare quel modello.
Oggi gli Stati Uniti si comportano come nel modo che vediamo perché Donald Trump sta modificando la natura stessa del sistema statunitense, sia sul piano politico che su quello economico. Di conseguenza, la visione dell’ordine internazionale che ne deriva non è più coerente con l’America che Trump ha ereditato, ma con quella che intende costruire e lasciare in eredità.
Questo non significa ridimensionare le altre minacce. Per l’Europa, la Russia rappresenta una minaccia esistenziale e, nel breve periodo, certamente più immediata e aggressiva rispetto agli Stati Uniti di Trump. Tuttavia, l’America di Trump sta progressivamente erodendo le basi della sicurezza europea, a partire dalla NATO.
Ci troviamo quindi in una situazione in cui, accanto a un nemico esterno tradizionale e riconoscibile, emerge anche una dimensione interna di vulnerabilità. Le democrazie devono lavorare affinché l’ambiente internazionale resti favorevole alla loro sopravvivenza e occorre impedire che quello che oggi appare come un tornado si trasformi in qualcosa di ancora più distruttivo, capace di rendere il sistema internazionale inabitabile per le democrazie.
Sempre in questa prospettiva, nell’analisi della strategia degli Stati Uniti richiama anche la logica del Board of Peace. Inoltre, accanto alla delegittimazione di istituzioni come le Nazioni Unite e la NATO, individua l’emergere di modelli alternativi di gestione del potere.
Cita, ad esempio, il cosiddetto “Core 5”, ipotetico gruppo formato da Stati Uniti, Cina, Russia, India e Giappone, come possibile alternativa al G7, e descrive una dinamica in cui il potere assume forme sempre più personalistiche e clientelari, che sembrano riflettere il modo in cui Donald Trump esercita il potere sul piano interno. Come si collegano questi elementi?
Vittorio Emanuele Parsi: Questa trasformazione del potere non è soltanto personalistica e clientelare, ma anche privatistica. Si tratta di tre dimensioni distinte che però tendono a convergere. Viene meno persino il rispetto delle regole del diritto privato e si afferma una logica di appropriazione, come si vede in alcune proposte che riguardano, per esempio, Gaza, che richiamano un’idea di gentrificazione su larga scala. Ci troviamo di fronte a una forma di ritorno dello Stato patrimoniale, in cui si confondono completamente i mezzi dell’amministrazione con quelli dell’amministratore.
È un modello che in Europa abbiamo iniziato a superare già nel Seicento e che oggi viene riproposto come se fosse una novità. Questo ci dice anche che, per comprendere l’America di Trump, bisogna partire da un dato strutturale: la corruzione. Gli Stati Uniti sono diventati un Paese attraversato da dinamiche corruttive profonde, e questo è qualcosa che pochi avrebbero ritenuto possibile per una delle principali democrazie del mondo.
Il legame con il piano internazionale è diretto perché il modo in cui il potere viene esercitato all’interno si riflette nelle modalità con cui viene proiettato all’esterno. Se il potere assume caratteristiche personalistiche, clientelari e privatistiche sul piano domestico, queste stesse caratteristiche tendono a riprodursi anche nelle relazioni internazionali, mettendo in discussione le regole del gioco e i presupposti dell’ordine multilaterale.
Rispetto a questa trasformazione, quanto questa logica di gestione del potere dipende da dinamiche contingenti, e quanto invece richiama anche tradizioni più profonde della cultura politica americana, come il destino manifesto, l’eccezionalismo o dottrine storiche come quella di James Monroe?
Vittorio Emanuele Parsi: La ripresa di queste teorie da parte di Trump è, prima di tutto, anacronistica. La dottrina Monroe, che affermava “l’America agli americani” risale agli anni Venti dell’Ottocento, mentre il destino manifesto è una costruzione ideologica successiva, con evidenti venature anche razziste, secondo cui gli Stati Uniti erano destinati da Dio ad espandersi dal Pacifico all’Atlantico, diffondendo il loro modello di democrazia e libertà. La scelta di questi riferimenti dice molto su quale idea di futuro si abbia in mente. Va ricordato che quando gli Stati Uniti si muovevano secondo queste logiche, non erano ancora una potenza centrale nel sistema internazionale ma un Paese periferico, distante dalle grandi dinamiche della politica globale.
Quando gli Stati Uniti diventano il perno del sistema internazionale nel Novecento, il cosiddetto “secolo americano” non viene costruito su quelle dottrine, ma sull’idea dell’ordine liberale. È quell’insieme di principi che ha consentito agli Stati Uniti di esercitare una leadership di straordinario successo e di modellare il sistema internazionale. Tornare oggi a quelle vecchie categorie significa rinunciare a quella capacità e sostituirla con un uso più brutale della forza, privo però della legittimità e dell’efficacia necessarie a costruire un ordine stabile.
C’è anche un elemento legato alla dimensione tecnologica e militare, cioè l’idea che esista una superiorità decisiva, un’arma risolutiva, una supremazia incontestabile. Trump insiste spesso su questo punto, sottolineando la potenza delle forze armate americane, ma l’esperienza recente dimostra che la superiorità militare non si traduce automaticamente in risultati politici. Basta guardare alla guerra in Ucraina: dopo anni di conflitto, la Russia di Vladimir Putin non è riuscita a ottenere gli obiettivi che molti ritenevano scontati all’inizio. Questo dovrebbe indurre a maggiore cautela rispetto a certe semplificazioni.
Queste visioni rischiano di produrre un mondo fondato sulla sopraffazione, sull’uso e sulla minaccia della forza, sul disprezzo degli alleati, sulla svalutazione delle istituzioni e sulla diffusione di pratiche come la menzogna sistematica e l’arricchimento illecito. Un sistema costruito su queste basi difficilmente può essere stabile o governabile, e quindi non può costituire il fondamento di un ordine pacifico.
Per quanto l’ordine liberale possa essere stato imperfetto e distante dal proprio modello ideale, resta comunque incomparabilmente più solido rispetto a un’alternativa costruita su logiche di questo tipo, che appaiono fragili già nella loro stessa impostazione.
Guardando all’Unione Europea come progetto politico e istituzionale, che nel tempo si è trasformato profondamente, quali condizioni materiali e politiche sarebbero necessarie per renderla un attore strategico autonomo, fino a configurarsi – come lei scrive – come un possibile “leone”?
E come si inseriscono in questo quadro la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina e, sul piano militare, l’ipotesi di un ombrello nucleare europeo basato sulla capacità francese?
Vittorio Emanuele Parsi: Il principale ostacolo per l’Europa, oggi, è la volontà politica, molto più che la disponibilità di risorse materiali o i vincoli istituzionali. Sarebbe necessario costruire una consapevolezza diffusa di ciò che serve fare. Sul piano militare, l’Europa presenta lacune in alcuni settori, ma non è affatto priva di capacità. Se si considerano nel loro insieme, i bilanci della difesa degli Stati europei sono significativi, anche se frammentati e caratterizzati da molte sovrapposizioni che non colmano le carenze esistenti.
Queste lacune possono essere affrontate inizialmente continuando a cooperare con gli Stati Uniti, che hanno interesse a vendere più che a comprare, e progressivamente sviluppando una maggiore autonomia industriale e tecnologica. Le basi industriali europee, del resto, non sono arretrate. Siamo di fronte a una minaccia per la quale eravamo impreparati, un po’ come accaduto durante la pandemia, e questo implica la necessità di riorientare le priorità.
Ciò non significa che altri ambiti fondamentali per il benessere diventano irrilevanti, ma che devono essere temporaneamente subordinati, perché senza sicurezza non esiste nessun altro presupposto. Per quanto riguarda la dimensione nucleare, è evidente che la deterrenza garantita dagli Stati Uniti resta, in termini assoluti, la più ampia. Tuttavia, la capacità francese – soprattutto se coordinata con quella britannica – rappresenterebbe comunque un livello di deterrenza significativo. Parliamo di circa seicento testate complessive, più che sufficienti se si considera che, per le democrazie europee, l’arma nucleare ha una funzione esclusivamente deterrente. La deterrenza serve proprio a scoraggiare l’uso della forza da parte di attori che hanno già dimostrato di essere disposti a utilizzarla.
In questo senso, rafforzare la deterrenza è necessario, ad esempio, nei confronti della Russia. Ciò non implica uno scenario inevitabilmente catastrofico, ma richiede che le leadership politiche si assumano responsabilità chiare, facendo seguire ai discorsi anche azioni concrete.
Vale qui la massima del Cardinale Richelieu: la politica è l’arte di rendere possibile ciò che è necessario. Questo significa costruire il consenso, che nelle democrazie è essenziale, ma farlo su basi reali e su questioni concrete evitando narrazioni superficiali. Un ruolo cruciale lo hanno quindi sia le leadership politiche sia gli intellettuali, che dovrebbero contribuire al dibattito pubblico con rigore e onestà, evitando di ridurlo a spettacolo. Senza questo contributo, il confronto politico rischia di svuotarsi di contenuto.
In molti Paesi europei, e in Italia in particolare, esiste una difficoltà nel chiamare i cittadini a confrontarsi con scelte reali e si preferisce spesso ottenere consenso su posizioni facili, evitando di affrontare i costi delle decisioni necessarie. È una strada apparentemente più semplice, ma che non porta a risultati.
Se invece si vuole uscire da questa fase, è necessario accettare che viviamo in un mondo interdipendente, in cui non è possibile sottrarsi alle dinamiche di potenza, perché basta un attore ostile per costringerci a reagire. Per questo serve una classe dirigente capace di spiegare con chiarezza la situazione e di assumersi la responsabilità di decisioni difficili, coinvolgendo i cittadini su basi realistiche e non su illusioni.
(Intervista a cura di Pandora Rivista)
